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Editoriale


Testamento biologico: una legge da pensare al plurale



di Ermanno Genre, professore di teologia pratica alla Facoltà valdese di teologia

“Vieni, tu, dolce ora della morte…”. Sono le parole di un’aria di una cantata di Johann Sebastian Bach con cui salutiamo Eluana Englaro che ha finalmente potuto essere accompagnata alla morte dopo 17 anni di esistenza vegetativa. Succede, nella tragicità della vita, di invocare la morte senza più temerla, aspettarla nel nome della vita e della dignità della persona umana, nell’abbandono fiducioso con il Signore della vita, come suggerisce Bach.
“Ci hanno impedito di salvarle la vita” ha affermato il Presidente del Consiglio che si è sentito come battuto sul traguardo quando pensava ormai di avere la vittoria a portata di mano. Vittoria di che cosa, di chi? Dimenticava che in questa materia nessuno è vincitore e che la morte può arrivare anche nel momento opportuno per farsi beffa dei “decreti di salvezza” di un governo che ha mostrato non solo mancanza di umanità e di rispetto per la famiglia Englaro, ma più che questo, ha osato violare i principi democratici di uno stato di diritto che la Costituzione (ancora) garantisce a tutti i cittadini.
Una morte accompagnata che ha posto fine a 17 anni di vita vegetativa in cui Eluana, da giovane ragazza, è diventata donna adulta senza poter vivere quella vita adulta in modo cosciente, partecipativo, relazionale. Ciò che fa del vivere umano una vita autentica e che distingue un corpo biografico da un corpo biologico. Chi non fa questa distinzione inganna se stesso e il prossimo e propone delle crociate pro-vita prive di senso, osando insultare il padre Beppino che ha lottato fino all’ultimo per difendere il legame d’amore e di fiducia che lo legava alla figlia, quel legame famigliare che altre volte la cultura cattolica esalta fino all’esasperazione e che qui viene improvvisamente cancellato.
Quando una chiesa che si proclama “esperta in umanità” pronuncia le parole che abbiamo sentito in questi mesi, è lecito dubitare della bontà di una tale esperienza. Ancora una volta si è voluto tirare in ballo la cultura della vita contro la cultura della morte, di qua i cattolici, di là i laici. Strumentalizzazione indegna, perché anche i cattolici sono divisi nelle loro letture e interpretazioni del vivere e del morire, così come lo sono i cittadini italiani nel loro insieme. Si pensa plurale, signori del Vaticano. Riconoscere che i valori, le spiritualità, i modi di essere responsabili della propria vita (cristiana e non) sono diversi e questa diversità chiede rispetto, è ancora un obiettivo da conquistare, nella società politica come nella chiesa romana.
Il fatto che alla strumentalizzazione del corpo di Eluana si siano prestati anche diversi esponenti dell’opposizione parlamentare dà l’idea dello sfascio attuale degli indirizzi della politica italiana. Che ne sarà ora della legge sulle disposizioni anticipate di trattamento? Sarà una legge coercitiva per tutti i cittadini? Sarà possibile approvare un testo di legge senza doversi prima inchinare al volere di santa romana chiesa? Ciò che è preoccupante, per uno stato laico, è che in questa strumentalizzazione vi sia stato di mezzo, ancora, lo stato del Vaticano, che da un lato si è compiaciuto con Berlusconi lodando la sua iniziativa, mentre dall’altro lato il Segretario di stato Bertone dichiarava al telefono, in privato, la non-interferenza vaticana al Presidente della Repubblica. Quanta ipocrisia! Proprio oggi ricorre l’11 febbraio, data fatidica del Concordato tra stato e chiesa romana, vecchio ormai di 80 anni. In una Italia per molti versi provincia vaticana, la civiltà europea è ancora molto, molto lontana.

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